Mah! Per me questo è… ARABO!

15 apr

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  MaP : “ Vera,  ma  tu ci capisci qualcosa?!”                       

V.B. : “ No!  Io  un  ci  hapisco nulla…

…per  me  questo  è  …        ARABO!!!

 

      L’ arabo  è stato da sempre considerato la lingua “difficile”  per antonomasia…

in effetti lo è, al punto che pochi tra gli stessi arabofoni sanno parlare l’arabo standard,

cioè quello classico, letterario, quello del Corano, per intenderci.

 

“…La   tradizione araba, per definire la propria lingua usa la formula :

 

        3          2        1

       اللغة   العربية   الفصحة

              1                     2                       3

الفصحة               العربية               اللغة

        al-luga    al-‘arabiyya    al- fusha

       la lingua         araba     eloquentissima

 

L’arabo standard è la lingua ufficiale di ogni stato arabo ..[].. e viene adoperato per tutto ciò che è scritto e riveste un minimo di ufficialità:          alla televisione o alla radio, a scuola, ecc.

Il dialetto  detto    darigia    دارجة   è utilizzato per tutte le altre occasioni non ufficiali

ed è perciò la lingua della comunicazione quotidiana.

  Ogni singolo arabofonopertanto potrebbe dirsi in qualche modo “bilingue” o meglio

“diglotta”, in quanto si esprime con due forme di arabo :  il classico e il proprio dialetto locale.[1]

           

Ma quali sono allora  le  caratteristiche di questa lingua e le difficoltà  che essa presenta per gli indoeuropei e in particolare per noi italiani?

Per prima cosa  la sua scrittura  va da destra verso sinistra;     

        

poi l’arabo ha un alfabeto formato da 28 consonanti più una, scritte in minuscolo corsivo e tutte attaccata l’una all’altra ad eccezione di sei lettere che non  si legano alla lettera che le segue, ma solo alla precedente :  

 poi  le uniche tre vocali (a – i – u)  non vengono scritte ma solo indicate con  segni diacritici, generando nei non – arabofoni  ambiguità ed incertezze. [2]                                                                                              

  Molto difficile risulta inoltre la pronuncia di questa lingua, in quanto presenta tutta una serie di gutturali che si producono nelle cavità più profonde della gola, della laringe e della faringe.              

Infine in arabo è ancora avvertita la quantità delle vocali, si fa distinzione tra   le vocali lunghe e quelle brevi, che, non presente in italiano, era caratteristica della fonetica delle lingue classiche. 

Le   domande   in  Arabo


L’ ARABO

appartiene alla famiglia linguistica    afroasiatica,    detta anche camito-semitica;

questa definizione deriva dalla tradizione dell’ Antico Testamento, secondo cui apparterrebbero a questa famiglia  le lingue usate dai discendenti di Sem e Cam, figli di Noè.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

L’arabo, al contrario del Cinese, è una lingua flessiva :

vengono infatti espresse flessivamente le categorie di caso, genere, numero e definitezza,

(che viene resa con l’aggiunta dell’articolo definito   ال  ”al”    all’inizio della parola  in posizione dunque di prefisso);  

 il nome    kitab    [3]  كتاب   = libro    diventa  al kitab    الكاب  = il  libro

                                                                                                                                

L’indefinitezza è invece marcata da un elemento nasale suffissale:      un  /    in   /   an                                                                                                                                                          

nominativo :      kitābun = ‘un libro’        genitivo/dativo :  kitābin                                         .                                               accusativo : kitāban;

ma l’arabo è anche una lingua introflessiva , nel senso che spesso il mutamento, come avviene talvolta anche in inglese, [4]  si verifica all’interno della parola : 

per esempio la radice             la  b  

                                                    ق ب لا        q – b – la

 contiene l’idea generale di  “accettare”  e da essa per introflessione si possono generare:

1. sostantivi e aggettivi come

       قبلا      qubla = bacio      qabila = tribù        muqabala = incontro

2.  verbi come             qabila = accettare      qabbala = baciare       qabala = incontrare

3. particelle   come    qabla = prima       qubayla = circa

 

Per quanto riguarda la morfologia l’arabo standard  presenta tre numeri: come il greco antico (singolare, plurale e duale [5]),           due generi (mas. e fem.)e la marca    ة at  (“ta  marbuta”)  serve per formare il femminile e presenta la dentale tipica delle lingue semitiche:

Es.:    طبِب tabib = medico      طبِبة tabiba = dottoressa 

                         جميل   gamil = bello            جميلة  gamila = bella

inoltre  insiste molto sulla  distinzione/contrapposizione  tra  il maschile e il femminile:

ad esempio  perfino il pronome personale di II persona che nelle lingue indoeuropee è generalmente invariabile, ( tu, you ecc.),  in arabo ha due forme :

                   anta  se ci si rivolge ad un uomoanti  per una donna.

 

    L’aggettivo si accorda con il nome in genere , numero e caso e, a differenza del cinese e dell’inglese, lo segue sempre     

     

    5        4        3      2                          1                2          3            4         5

  قريبة     مدينة    و    قريب     و بلد           madina   kariba    wa   balad  qarib 

                                                            una città  vicina   e   un  paese   vicino   

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[1] Attenzione!  La scrittura araba è destrorsa, deve essere cioè letta e scritta  da destra verso sinistra e così i libri in arabo vanno letti iniziando dall’ultima pagina, che per loro è la prima, e sfogliati all’incontrario.

[2]  Esempio di introflessione in inglese :  sing.  foot / plur.  feet,   sing. man / plur. men,                                    sing. goose / plur. geese.

[3]  Il duale però non è più usato nei vari dialetti e raramente nella forma parlata.

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     Essendo l’arabo, lo abbiamo già detto,  una lingua semitica, come l’ebraico e il fenicio, ha in comune con queste due lingue il fatto di sottintendere, cioè di non scrivere, le vocali. 

    Quando infatti i Fenici inventarono l’alfabeto,  poi  adottato dai Greci che tuttora lo usano,  e modificato dagli Etruschi che lo passarono ai Romani, che lo tramandarono a noi, questo nuovo e geniale sistema di scrittura non prevedeva e comprendeva i segni vocalici, che furono aggiunti dai Greci appunto. 

L’alfabeto arabo è costituito da  28 consonanti  e tre vocali  soltanto:       a     i      u      che,

se sono brevi vengono sottintese, se sono lunghe,[6] vengono segnate con l’aiuto di tre

consonanti :  alif   ا  (a)           ya    ي   (i)      e       wau    و   (u).

 

Per quanto riguarda le interrogative, anche l’arabo ha 

pronomi, aggettivi, avverbi interrogativi come      

      ماذا؟                 من؟                    مة ؟                     أين؟                      لماذا؟

 limadha?            àyna?               ma?                 màn          madha

    perché?              dove?                che?                     chi?            Che cosa?

Quando però l’interrogativa non è introdotta   da alcun  termine interrogativo  viene usata la particella      هل؟ = hal?

Scrittura e Arte

Essendo l’Islam,  la religione della maggior parte degli arabi, iconoclasta, la scrittura araba  è diventata una vera e propria forma d’arte e con versetti del Corano, scritti in modo elegante e decorativo, sono istoriate le moschee e tutti i più importanti edifici connessi con la religione.

Il versetto più famoso è quello del     Bismillahi’r -Rahmani’r-Rahim

 

                                    

                                    Bismillahi’r-Rahmani’r-Rahim

                     “ In nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso”

Una  favoletta   in   Arabo

                                                               

Troisi : – Robbertoo,  ma tu ci capisci qualcosa?-

 Benigni : – Noo!,  un ci hapisco nulla!    Per me  questo  è    Arabo!!! – *

* Per capire qualcosa in questa favoletta del lupo e dell’agnello

seguire la numerazione per leggere in arabo,

(lingua che, come già detto,  si scrive e si legge da sinistra verso destra),

aiutarsi con i colori per individuare  le parole.


NOTE:

[1] Giuliano  Mion, La lingua  araba. Carocci ed.

[2] Solo il Corano e i libri per i bambini che imparano a leggere alle elementari, presentano

tutte le vocali nel testo,  per evitare incertezze e fraintendimenti

[3] Attenzione!  La scrittura araba è destrorsa, deve essere cioè letta e scritta  da destra verso sinistra e così i libri in arabo vanno letti iniziando dall’ultima pagina, che per loro è la prima, e sfogliati all’incontrario.

[4]  Esempio di introflessione in inglese :  sing.  foot / plur.  feet,   sing. man / plur. men,  sing. goose / plur. geese.

[5]  Il duale però non è più usato nei vari dialetti e raramente nella forma parlata.

[6] Ritroviamo dunque nell’arabo il concetto di quantità delle vocali e delle sillabe, che, presente sia nel latino che nel greco antico, è sparita in italiano e in molte lingue moderne.

 

 

 

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La Cina è vicina!

9 apr

Pillole di cinese per docenti…

  

Perché : 

Sempre più spesso tra i nostri alunni, (soprattutto nella scuola primaria e nella media, ma da qualche anno anche nella superiore), ci sono studenti,             figli di immigrati extracomunitari, la cui lingua madre è il cinese o l’arabo, lingue particolarmente ostiche per noi occidentali i cui  idiomi appartengono tutti, o quasi, al ceppo indoeuropeo.

  Consapevoli di non poter pretendere da  insegnanti didatticamente       normo-dotati,  quali noi per la maggior parte siamo, anche la conoscenza di suddette lingue, pur tuttavia  non ci sfugge quale valenza didattica potrebbe avere,  se nella classe  ci fossero  alunni di cinese o arabo  L1,  masticare un po’ di cinese o di arabo.

         E come si fa?                             

  Niente paura! 

      Basterà che il docente di buona volontà conosca in linea di massima e per sommi capi come queste due lingue funzionano : un corso accelerato di circa quaranta ore può dare per lo meno un’ idea delle caratteristiche basilari di queste lingue e aiutare ad orizzontarsi tra ideogrammi e “salamelecchi”.

La Cina è vicina! 

        Il cinese   fa parte delle  lingue cosiddette isolanti,                                                                                          “in cui le parole tendono a non avere struttura interna; in altri termini, ogni parola tende ad essere composta da un solo morfema,  (i morfemi, dunque, non si combinano mai tra loro)”, e  “ogni parola (quindi ogni morfema) esprime uno ed un solo significato, sia esso lessicale o grammaticale”. [1]

Quindi nomi, pronomi, aggettivi non hanno il genere, e spesso nemmeno il numero,                                e non si declinano.

L’articolo non esiste:

quello determinativo è sostituito dall’aggettivo dimostrativo 这  zhè(questo), oppure (quello)

quello indeterminativo dal numerale       yi  =  uno

Il pronome personale rimane invariato; 

l’aggettivo, quando ha valore di attributo, va sempre messo, come in latino o in inglese,                  davanti al nome.

 L’aggettivo possessivo è formato dal    pronome personale  +   (de)

                              

                                  Es.:        的     爸爸     是       老師

                                               Wo de   baba    shi     laoshi

                                                 Mio     padre    è     insegnante

 I verbi cinesi non si coniugano.                                                                                                                                    Per indicarne i tempi e i modi basta il contesto o un avverbio di tempo  o l’aggiunta di una particella.

Il seguente ordine  delle parole è rispettato quasi da tutte le frasi cinesi :

Avverbio o complemento di tempo + SOGGETTO + compl. indiretti + VERBO +
OGGETTO  + Compl. di qualità  formato da 

(dé) + aggettivo  o  avverbio              

  Es.:      今天                                

             Jintian    wo    ni      shuo    dé  hao

              Oggi     io     a te     parlo     bene     

 

 Pronuncia    del  cinese                                                                              

 Per quanto riguarda la pronuncia,  il cinese ha poche e chiare regole                                                               e risulta ad un neofita  molto più facile dell’ inglese o del francese, ma…

 …bisogna tener conto dei  toni . [2]

 Infatti in cinese mandarino (lingua della famiglia sino-tibetana) vi sono quattro toni,

 (il tono è una proprietà che caratterizza i suoni sonori, cioè i suoni che prevedono, nella loro articolazione, la vibrazione delle corde vocali): è possibile che due parole, con significato diverso, siano uguali in tutto, ad eccezione del tono”.

Le parole che seguono hanno lo stesso suono e si differenziano effettivamente solo per il tono:

tono           parola:                    ideogramma                    significato:

 1°                yī                                                                           1   (numero)

2°                yí                                                                                     ‘sospetto’

3°                 yǐ                                                                           ‘poltrona/sedia’

4°               yì                                                                                   ‘significato’

 

In cinese mandarino, perciò, i toni sono fonologicamente e semanticamente pertinenti:

essi infatti consentono di distinguere i significati delle parole.

Per quanto concerne la sintassi, il cinese viene normalmente classificato tra le lingue SVO.

                               Soggetto – Verbo – Oggetto     

Da queste poche e brevi annotazioni si può comprendere che il  cinese dal punto di vista morfologico e sintattico non è difficile per chi come noi è abituato a lingue, antiche e moderne, estremamente flessive come il latino, il greco, il tedesco, l’italiano ecc., dotate per giunta di innumerevoli verbi irregolari.

       La vera grande difficoltà del cinese è

  • nel lessico, completamente diverso da quello dell’indoeuropeo, 
  • nei quattro toni in cui le parole possono essere pronunciate,
  • nella scrittura ideografica, costituita da migliaia di caratteri,                                                                 uno diverso dall’altro e tuttavia uno simile all’altro,                                                                                 tante zampette di mosca che fanno venire il mal di testa solo a guardarle…                                                                       

… ma questo non ci deve scoraggiare, perché per nostra fortuna l’informatica ci viene in aiuto

e ci fornisce programmi di scrittura cinese veramente facili da usare, come quello che sto

ora usando io! 

人子 好大 口我 中四 爸爸

                                               

  Un  po’ di cinese  per voi …   

 我          

 我                                                                                                  

 wo      ni        zhù         hao       wèi  kou     

  Io     a te      auguro     buon        appetito

_____________                                                                                                          

               好胃口           

         好                 胃口                    

      Buon         appetito                                                                                           

      Hao            wèi  kou

___________________

                        你  ?                                                             

                                   ?                                                                

 Domanda : Ni   mang  ma ?                 Risposta :       Wo    hen    mang

                    Tu  (sei) occupato ?                                            Io    molto  occupato

吗 = particella interrogativa  =  ma ?

   =  mang = occupato

____________________

 Pronomi personali cinesi…

  我     wo  =  Io                              ni  = tu                           ta =  lui / lei

 我們    wo men = noi            你們    ni men = voi          他們    ta men = loro

                                                      

      

   你       

   Ni    Hao  =   Salve      

                              

   Domanda :   ?        

                                  ?                                                                                                                                                                                                                                                            

                       Ni    hao    ma ?                                                           

                       Tu    bene  ?        (Come stai?)

 Risposta :              

                              很                                                                                                                                                          .                             hen  hao   =  molto bene

 Hao        = buono, bene

_________________

    我   wo  =    io

    是   shì  =   sono

老    师                                                                                                                                   laò  shi  =  insegnante                                                                             

   是 老  

我     是     老                                                                                                                                                                 Wo   shì    laò shi                                                                                                                                                             Io    sono  un’insegnante

     ren                 =   z i  = figlio, bambino             =  dà = grande

 uomo (persona umana)                                                                                             

  nu  =  donna      男子  =   nan zi  =  uomo  

 男人  =  nan ren  =  uomo

  =  nu ren  =  donna            = kou = bocca    

 

  =  tian = giorno, cielo, paradiso        an = pacifico, tranquillo                ménporta

Piazza   天  安  門

Tian’an mén  = Piazza delle tranquille porte del cielo                                                                                  

     

 

            Le  proposizioni  interrogative  in  Cina…       

 

Anche in Cinese ci sono pronomi, aggettivi, avverbi interrogativi                                                                 che servono ad introdurre le domande :

        shén me ?            wèi shén me ?            hé   ?               wèi hé   ?                 zen  me ?

           什  么?                为   什   么?                               为                        怎    么?

Che ?  Che cosa?          perché ?                che ?                 perché ?                      come ?

    

zen  me  le  ?                    zen me yang ?          na?               na’ er ?                           duo  me ?

怎    么                       怎     么    ?              ?             哪  兒                            多    

cos’è successo                  com’è ?               quale ?      dove ? quale posto ?        quanto ? (avv.)

 

duo shao ?         duo shao qian ?          na  ben  bào zhi ?         shén me  shi  hou ?            lì ru  ?

  多   少              多    少     錢              哪   本    報     紙            什    么    侍    候?              如 ?

 quanto ?                 quanto  costa ?           quale   giornale ?                      quando ?                  come ?

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Ecco un breve dialogo con domande e risposte tra due cinesi :

 王明  Wang Ming  e  李红  Li  Hong …

王明  :    我                .      你  呢  

                     Wo   qu   diàn    ying.       Ni  ne?

Io   vado  al  cinema.      E  tu  ?

李红 :     也  許 ”  

                  Ye  xu .   “Forse…”

王明  :      “ 一 之,    你  去,    不   

                    Yi  zhi,    ni   qu,   bu     qu ?

               Insomma,   tu  vieni  o  non    vieni ?

李红:       “  ,     好   的.     我     也                   .”

Shì ,  hao  de.     Wo   ye       lai      diàn   ying.

                     Sì,    va bene.    Io  anche  vengo al cinema.


E   questa è una favoletta  in  cinese…                                    

 

Láng      hé       xiǎo yáng

                   小                                                                                                                                              Il  lupo            e       l’agnello

Yǒu   yī     cì   yī  zhǐ       láng        duì  yī  zhǐ     xiǎo yáng  shuō:

有          一  只                   对  一  只      小    羊       :

       Una  volta         un          lupo        a             un           agnello         dice :

« Wǒ        xiǎng        gēn         nǐ         jiāo  péng you.         Nǐ   ne ? ”

                                          你         交   朋    友 .           你   呢

“Io        desidero    essere  tuo       amico .                   E    tu?”

xiǎo yáng       huí dá  shuō:         “ Wǒ    yě    xiǎng        gēn         nǐ        jiāo   péng you.  ”

         小  羊            回  答  :                                                             朋    友 

           L’agnello         risponde :           “ Io    anche   voglio     essere      tuo         amico.”

Nà  láng     wèn :       Jīn tiān     wǒ men           yīqǐ        qù       sēnlín    ma ? .* [3]

                       问:        今 天        我 们     一起               森林      吗?* 

Allora  il  lupo  chiede :   “  Oggi    noi due    insieme   andiamo   nel   bosco ?

xiǎo yáng      wèn :            Wèi shénme ?

     小  羊           问:           “ 为    什么?    

     L’agnello  chiede :            “Perché?”

   Láng      hǎn jiào   de  shuō  :           “ nǐ      qù      bú      qù ?

     狼         喊 叫      地    说    :          “ 你     去      不      去? ”   

Il  lupo     urlando         dice:             “ Tu     vieni  o non     vieni ? ”

      

xiǎo yáng    :    «    Wǒ     bú    qù! »

 小    羊       :     “   我     不     !

L’agnello       “    Io      non   vengo!”

Nà     láng    shuō  :       “nǐ         zài  yě    bú   shì      wǒ  de     péng you !”

 那              说     :    “          再  也     不    是       我  的      朋    友 !  

Allora   il lupo  dice :        “ Tu          più    non   sei       mio           amico!”

Yīncǐ   láng       ba    wú  gū    de     xiǎo yáng    chī   diào

因此             把     无  辜         小    羊       吃     掉!

Perciò  il   lupo     l’innocente           agnello      mangia   .


______________________________


[1] Nicola  Grandi,  Tipologia linguistica, mod. 5-  Italiano lingua 2, lingua di contatto, lingua di culture. MIUR

[2] Caratteristica del tono:  Simbolo:  -   Caratteristica del tono:         Simbolo:

Tono 1: alto costante               -                Tono 3: discendente-ascendente    ˇ

Tono 2: alto ascende              ´                 Tono 4: alto discendente                `

il tono 1 parte dal livello massimo e si mantiene costante in tutta la sua durata.

Il tono 2 invece parte da un livello medio-alto e raggiunge poi il livello massimo.

Il tono 4 segue il percorso inverso: inizia con il valore massimo e scende poi al minimo.

Il tono 3 è quello dalla modulazione più complessa: parte da un livello medio-basso, scende al minimo e risale poi fino al valore 4, dunque quasi al massimo.

[3] * Anche in cinese se un’interrogativa non è introdotta da alcun termine interrogativo aggiunge,

(come in latino –ne), alla fine della  frase  una particella interrogativa : 吗? ma

Persuasione e Retorica: Il testo argomentativo in Manzoni

19 mar

Nel mio precedente post sostenevo che il     romanzo “I Promessi Sposi” ben si presta  a permettere che gli studenti possano avere a scuola un incontro ravvicinato con il testo argomentativo, in quanto l’opera è di per sé tutta una lunga, elaborata e subliminale argomentazione.

Eccomi qui a riprendere e completare questo tema in una sede  forse più adatta ad un tentativo di analisi argomentativa.

Quando lo scrittore si accinge all’opera, varie sono le motivazioni e le istanze che lo spingono a scrivere il romanzo, “quel romanzo”…

C’è il motivo ideologico – politico, c’è quello filantropico e sociale, quello linguistico – letterario, e soprattutto quello filosofico e religioso.

Soprattutto l’istanza religiosa gli urge: deve far pervenire ai suoi lettori un messaggio, “il messaggio”…

Da fervente cattolico giansenista qual era diventato dopo anni di ateismo, Manzoni era convinto che solo la grazia e la provvidenza divina possano salvare il genere umano e che nulla possa fare l’uomo con le sue sole forze, con le sue limitate capacità, per risolvere i problemi, superare gli ostacoli e le difficoltà che nel corso della vita il destino  gli oppone in continuazione:                                 può solo rimettersi alla volontà di  Dio e sperare nella sua grazia salvifica.

Tema, questo, già ampiamente dibattuto e divulgato qualche secolo prima da Lutero e da Erasmo da Rotterdam.

Anche Manzoni del resto, come Leopardi, non crede più alle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità, tanto esaltate e decantate dagli Illuministi.

Dunque se la tesi è questa,  lo scrittore lungo tutto il romanzo disseminerà prove che la suffraghino e la supportino.

“Questo matrimonio non s’ha da fare né domani, né mai!”,  

dicono i Bravi di don Rodrigo a don Abbondio che, “disposto sempre all’obbedienza” com’ è, l’indomani si rifiuta  di celebrare le nozze tra i due promessi, i quali invece, poverini, cercheranno in tutti i modi di coronare il loro sogno d’amore con il sacrosanto matrimonio.

Ma tutto quello che tenteranno di fare per risolvere il  loro problema, diventare marito e moglie e sfuggire alle grinfie di don Rodrigo, verrà vanificato da una forza occulta che prende  di volta in volta  le sembianze di vari personaggi nel ruolo di antagonisti lungo un percorso sempre più difficile, accidentato e intricato                                                                                                                                         1)     Renzo, consigliato  da Agnese, tenta la strada della giustizia e si rivolge ad un avvocato, ma viene cacciato in malo modo dal dottor Azzeccagarbugli che si rifiuta di aiutarlo.

2)     Interviene Fra’ Cristoforo e prova la via della mediazione, della diplomazia, della persuasione, della supplica, dell’ammonizione nei confronti di Don Rodrigo, ma fallisce e a sua volta viene scacciato dall’arrogante signorotto. 

3)    Sempre su suggerimento di Agnese, si tenta nella famosa                                  “notte degl’imbrogli”,  il matrimonio “fai da te”, all’insegna                               dell’“aiutati che Dio ti aiuta”, e sappiamo tutti come va a finire.  

4)     Nuovo intervento di Fra’ Cristoforo,   nell’intento di mettere in salvo Lucia che Don Rodrigo  ha tentato di far rapire; ma la Signora, alla cui protezione la ragazza viene affidata, diventa lo strumento di cui l’Innominato si serve per il rapimento, commissionatogli da Don Rodrigo, e questa volta andato a buon fine. 

Per giunta Renzo a Milano si mette nei guai con la giustizia, viene arrestato e sta per essere tradotto in carcere, riesce a fuggire e a rifugiarsi nel territorio di Bergamo, allontanandosi ancora di più dalla sua promessa sposa e dalla possibilità di sposarla davvero.

E allora?

L’uomo non può fare nulla per risolvere i suoi problemi?                                                    Non è in grado di  opporsi alle forze del male che lo aggrediscono e rischiano di annientarlo?

Come può salvarsi dunque?   Che cosa mai deve fare?

La risposta che dà lo scrittore a queste angosciose domande che da sempre assillano la coscienza degli uomini è che non bisogna fare nulla, ma semplicemente aver fede in Dio, rimettersi alla Sua volontà, sperare nella Sua divina Provvidenza,  pregare…

Già  nelle parole di Lucia, mentre la poverina, costretta a fuggire, dà l’addio ai suoi monti, è possibile notare questa fede profonda e incrollabile che, insieme a Fra’ Cristoforo, solo lei nel romanzo è capace di provare:

Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto, e non turba mai la gioia  de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande”.

Ma l’ingarbugliata matassa delle vicende e delle sventure dei due sposi promessi  incomincia a sciogliersi solo quando Lucia, sola e terrorizzata nel castello dell’Innominato, disperata e angosciata,

in quel momento si rammentò che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spunto in cuore come un’improvvisa speranza.                                           Prese di nuovo la sua corona, e ricominciò a dire il rosario; e di mano in mano  che la preghiera usciva dal suo labbro tremante,  il cuore sentiva crescere una fiducia indeterminata” [ ]

   “S’alzò, e si mise in ginocchio, e tenendo giunte al petto le mani, dalle quali pendeva la corona,  alzò il viso e le pupille al cielo, e disse:                                            - O Vergine santissima! Voi, a cui mi sono raccomandata tante volte, e che tante volte m’avete consolata! Voi che avete patito tanti dolori, e siete ora tanto gloriosa, e avete fatti tanti miracoli per i poveri tribolati; aiutatemi! fatemi uscire da questo pericolo, fatemi tornar salva con mia madre, Madre del Signore; e fo voto a voi di rimaner vergine; rinunzio per sempre a quel mio poveretto, per non esser mai d’altri che vostra. - 

Proferite queste parole, abbassò la testa, e si mise la corona intorno al collo, quasi come un segno di consacrazione, e una salvaguardia a un tempo, come un’armatura della nuova milizia a cui s’era ascritta. Rimessasi a sedere in terra, sentì entrar nell’animo una certa tranquillità, una più larga fiducia. Le venne in mente quel domattina ripetuto dallo sconosciuto potente, e le parve di sentire in quella parola una promessa di salvazione. I sensi affaticati da tanta guerra s’assopirono a poco a poco in quell’acquietamento di pensieri: e finalmente, già vicino a giorno, col nome della sua protettrice tronco tra le labbra, Lucia s’addormentò d’un sonno perfetto e continuo”.

In effetti, qualche ora più tardi, il suo aguzzino, l’Innominato, dopo una notte per lui insonne e terrificante, piena di dubbi, di dolore e di rimorso per i suoi innumerevoli delitti, decide, spinto da una forza misteriosa, di andare a parlare col cardinale Federigo e da quel momento in poi la sorte di Lucia, che sembrava segnata, avrà un subitaneo miglioramento : sarà infatti liberata, affidata alle cure del suo parroco e potrà riabbracciare la madre.

Anche per Renzo la soluzione dei suoi problemi, primo fra tutti quello di poter ritrovare Lucia, verrà solo dopo che avrà perdonato sinceramente il suo nemico agonizzante, come Fra’ Cristoforo lo invita a fare :

 “Forse la salvezza di quest’uomo  e la tua dipende ora da te, da un tuo sentimento di perdono, di compassione”…d’amore!

e dopo aver pregato :

Tacque; e, giunte le mani, chinò il viso sopra di esse, e pregò:                                     Renzo fece lo stesso”.                         

e di nuovo pregato :

Quando fu appiè della cappella, andò a inginocchiarsi sull’ultimo scalino; e lì fece a Dio una preghiera, o, per dir meglio, una confusione di parole arruffate, di frasi interrotte, d’esclamazioni, d’istanze, di lamenti, di promesse: uno di que’ discorsi che non si fanno agli uomini, perché non hanno abbastanza penetrazione per intenderli, né pazienza per ascoltarli; non son grandi abbastanza per sentirne compassione senza disprezzo. S’alzò alquanto più rincorato… ”  

E infine vale la pena di leggere la  conclusione  che il  Manzoni pone alla sua lunga argomentazione, lunga proprio quanto il romanzo:

“Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.”

 

Persuasione e Retorica: Manzoni e l’argomentazione

7 mar

Oggi, 7 marzo 2012, è il 227° anniversario della nascita di Alessandro Manzonicome ci ricorda premurosamente Google…

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    E allora prendo questo anniversario come pretesto per inserire in questo mio blog, da qualche tempo trascurato, (“Maiora premunt”!  ;), l’analisi, dal punto di vista argomentativo, di un brano tratto da ”I Promessi Sposi”,  fatta qualche anno fa in un lavoro di approfondimento sulla “Centralità del Testo”, nell’ambito del corso di formazione  POSEIDON.

Del resto il romanzo di don Lisander è particolarmente adatto ad un’analisi del testo argomentativo in quanto, come cercherò di evidenziare nel prossimo post, è tutto un’argomentare da parte dello scrittore che ha una tesi da dimostrare e persegue pervicacemente nel suo intento capitolo dopo capitolo.

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Sì, lo so, non si legge bene: ho dovuto trasformare il testo word in immagine e attaccarlo qui sopra per salvare i vari colori della legenda…                                                Se qualcuno sapesse indicarmi un altro sistema…                                                       gliene sarei molto grata!

Parliamo di Socrate…

20 dic

Parliamo di Socrate…

(Caso di studio)

Socrate, figlio dello scultore Sofronisco e della levatrice Fenarete, visse ad Atene nella II metà del V secolo a.C. e aveva preso in moglie Santippe, donna buona e onesta ma oltremodo brontolona e petulante.

Il suo precipuo interesse era la filosofia, ma non quella che indagava la natura, bensì quella che aveva come oggetto di ricerca e speculazione l’uomo.

Egli sosteneva che la verità si trovasse dentro ogni essere umano e che il compito del filosofo, la sua missione, fosse esclusivamente quella di aiutare, ponendo continue e incalzanti domande, ognuno dei suoi concittadini e tirar fuori, a “partorire” la verità nascosta dentro di sé: con molta arguzia sosteneva quindi di esercitare la stessa arte di sua madre, quella della “maieutica”!

Come tutti i filosofi era distratto e aveva la testa tra le nuvole: il primo a sostenerlo in un suo dramma fu il suo concittadino e contemporaneo Aristofane che nella commedia “Le nuvole” rappresenta causticamente Socrate intento a volteggiare, sospeso nel cielo, tra le nubi.

Questa sua distrazione e la sua abitudine di andare in giro per la piazza principale di Atene a fare domande a destra e a manca, (agorazein,corrisponde al nostro andare a spasso, a zonzo), era motivo di continuo rimprovero da parte della moglie Santippe, che gli rinfacciava anche il fatto che per i suoi insegnamenti Socrate, a differenza dei Sofisti, non si facesse pagare dai suoi discepoli, costringendo la sua famiglia a vivere quasi nell’indigenza.

Seguiamo Socrate in una sua tipica giornata di “lavoro”: si alza presto, svegliato dagli strilli di Socrate junior, l’ultimo nato della nidiata e dal continuo brontolio di Santippe; si lava in modo molto approssimativo: a lui interessa la pulizia dell’animo, non quella del corpo!

Dopo aver fatto una sobria colazione, cerca di uscire, sgattaiolando per la porta secondaria, ma viene “placcato” da Santippe che lo apostrofa minacciosa:

“E dove credi di andare, Socrate, con quella tunica sporca, sgualcita e infrittellata? Le donne di Atene penseranno che io, tua moglie, sia molto trascurata e pigra, lasciandoti andare in giro così conciato! Se vuoi uscire, devi prima cambiarti: ecco una tunica lavata e stirata: mi raccomando, non sporcartela subito, come al tuo solito…”

Socrate, remissivo e paziente, risponde: “Va bene cara, mi cambio subito, ma tu per favore non urlare!”

Santippe: – …e ricorda che stasera viene a cena da noi mia madre; perciò arriva puntuale, – sei sempre in ritardo! – e non dimenticare di lavarti i piedi e le mani prima di sederti a tavola con noi…

Socrate: – D’accordo, mia cara, me ne ricorderò! Posso andare ora?

Santippe: – … e non dimenticare di farti pagare da quel tuo allievo ricco, come si chiama, Cretino…Cretone… non vedi come siamo ridotti… non porti a casa una dracma bucata e se non fosse per me che vado di qua e di là a fare servizi alle ricche ateniesi, i tuoi figli morirebbero di fame…

Socrate: – Si chiama Critone… mai e poi mai mi farei pagare da lui o da qualunnque altro mio discepolo… Chaire, Xantippe!

Detto questo, esce in tutta fretta, evitando per un pelo il mattarello che la moglie, inviperita, gli lancia dietro!

E così, contento e spensierato, se ne va in giro per Atene ad agorazein, a chiacchierare con questo e con quello, a fare continue, imbarazzanti domante a quello e a questo…

A un certo punto vede all’angolo della piazza il venditore ambulante di pesce in salamoia e s’avvicina, guardando golosamente le sardelle che galleggiano invitanti nell’orcio…

Il pescivendolo lo invita: “Suvvia, Socrate! Assaggia le mie sarde…dimmi se sono abbastanza salate!”

E così Socrate tuffa le dita nell’olio, pesca due sardelle succulente e se le ficca in bocca, masticando gioiosamente a bocca aperta… poi senza pensarci si pulisce le dita unte sulla tunica!

Tra chiacchiere e assaggini passa la giornata e il sole sta per tramontare: Socrate passeggia guardando su nel cielo: Espero, la prima stella della sera si è accesa e gli ricorda che la cena lo attende… ma chi guarda in cielo spesso non vede dove mette i piedi e così il nostro filosofo finisce in una pozzanghera e s’imbratta il lembo inferiore della tunica, i sandali, i piedi…e cercando di rimediare…si infanga anche le mani…

Gli viene incontro Critone, quello che Santippe sua moglie chiama cretino, e…

Critone: – Che fai ancora in giro, o Socrate? Si fa sera, e tu sarai affamato… Vieni a cena da me: ho fatto preparare un succulento banchetto e Aspasia, l’etèra* più bella di Atene, ci allieterà col suo canto e danzerà per noi…

Socrate, accarezzandosi il mento, (e sporcandosi anche quello!) incomincia a pensare che cosa gli convenga fare:

1. Affrettarsi a tornare a casa – è già molto in ritardo per la cena, la moglie e la suocera saranno furiose! -Accettare di buon grado i rimbrotti sacrosanti per la tunica unta e infangata, i piedi, le mani il viso sporchi, ed, esercitando la divina arte della pazienza, mangiare tra gli strilli dei bambini e le urla della suocera e della moglie, coalizzate contro di lui.

2. Accettare il gentile invito di Critone, cenare con lui, parlando beatamente di massimi sistemi, allietato dal canto e dalla danza di Aspasia, che non è avara delle sue grazie, cosicché la serata potrebbe avere anche una gradevole, erotica conclusione…

________________________________________________________* le “Etère nell’antica Grecia erano come le nostre “escort”, o anche come le geishe giapponesi!

1. Scegli tra le due opzioni quella che ti sembra la più giusta, o la più opportuna, o la più coerente, operando la tua scelta in base alle categorie recentemente studiate di Chronos e di Kairòs.

2. Ipotizza una terza possibilità: che cosa potrebbe o dovrebbe fare Socrate in alternativa alla prima e alla seconda ipotesi di azione?

_____________________________________
 Alcuni indizi…

1. Socrate è un filosofo, ed è un uomo buono e giusto, sinceramente affezionato alla moglie e ai figli con un forte senso del dovere.

2. Socrate, come tutti i Greci del suo tempo, (e molti uomini del nostro!), non riteneva la fedeltà da parte dell’uomo un ingrediente indispensabile per un matrimonio felice; di conseguenza non disdegnava di accompagnarsi ad altre donne e… praticava probabilmente anche la pederastia, che allora in Grecia non era moralmente condannata come oggi da noi lo è (giustamente!) la pedofilia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chronos e Kairòs

20 dic
           CRONOS  kai  KAIROS
              La concezione del Tempo nell’ antica Grecia
Learning Object   by MAP85
                                 
Kairòs (καιρός) è una parola che nell’ antica Grecia significava “momento giusto o opportuno” o “tempo di Dio”. Gli antichi greci avevano due parole per il tempo, Chronos e Kairòs. Mentre la prima si riferisce al tempo logico e sequenziale la seconda significa ” un tempo nel mezzo”, un momento di un periodo di tempo indeterminato nel quale “qualcosa” di speciale accade. Ciò che è la cosa speciale dipende da chi usa la parola. Chi usa la parola definisce la cosa, l’essere della cosa. Chi definisce la cosa speciale definisce l’essere speciale della cosa. È quindi proprio la parola, la parola stessa, quella che definisce l’essere speciale. Mentre chronos è quantitativo, kairòs ha una natura qualitativa. Nella lotta tra kairòs e chronos, kairòs è sempre perdente.
                                                                                                                  MAP

L’argomentazione…

18 dic

Se per argomentazione si intende:

“l’insieme delle tecniche discorsive che consentono
di provocare o di accrescere l’adesione delle menti
alle tesi che si presentano al loro assenso”,

è assiomatico che con l’affermarsi della pratica argomentativa
nella società degli umani viene, (o dovrebbe essere), eliminata,
o per lo meno limitata, ogni forma di prevaricazione, coartazione, costrizione, coercizione basata sulla legge del più forte, legge tuttora generalmente imperante nel mondo animale dove vige appunto la selezione naturale,                       (il pesce grande mangia quello piccolo ecc.), e si affermano invece                              la civiltà della parola,(che espone, propone, spiega, confuta, conclude, convince, persuade…), e la supremazia di colui che risulta più convincente e/o persuasivo.

Ma quando è nata l’argomentazione?

Probabilmente quando per la prima volta nel Paleolitico superiore
un Homo sapiens sapiens, attratto da una femmina,
invece che costringerla a seguirlo nella sua caverna,
trascinandola per i lunghi capelli,


o imporle di fare coppia fissa con lui,
minacciandola o tramortendola con la clava,
tentò di persuaderla a sceglierlo come partner
e di convincerla che insieme a lui avrebbe avuto una vita migliore,
al riparo dalla fame, dal freddo e dai pericoli,
parlandole, (in paleolitichese naturalmente),
e promettendole cibo in abbondanza, soffici e calde e pellicce,
ed esibendo la sua muscolatura.

E insieme all’argomentazione nacquero così la civiltà e la democrazia!

Bisogna quindi  che gli studenti imparino ad argomentare e compito dei             docenti è:

“abituare i giovani al riconoscimento e all’uso
del testo argomentativo,
. sia orale che scritto, nella convinzione che
l’uso dell’argomentazione sia
un momento indispensabile nella formazione
di una coscienza civile e democratica
”.
(Margherita Callegarini

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